Fax Settimanale, ed. Polignano a Mare, Anno xxx n30 - 26 luglio 2025, p. 17. Articolo scritto da Michele Oggiano
Caterina Narracci, “I colori del vento”. Tecnica mista su quattro tele, cm 50x70 ciascuna, totale dimensione 100x140 cm. 2025.
Caterina Narracci da Conversano ha nel suo intimo la Puglia bella degli ulivi, della Valle d'Itria e del biancocalce dei trulli, che si desta al chichirichì del gallo e conosce la controra, con i gatti sornioni più che in agguato. E tali bellezze, trasognate in luoghi della memoria, non le chiude a doppia mandata in sé, bensì ce le rende magari in una tela moltiplicata per quattro, sì un polittico rettangolare, in cui i suoi elementi onirici si irradiano da una luminosa modulazione ortogonale un po' alla Paul Klee; tenuti assieme in un sogno unico.
Articolo scritto da Luisa Ruggio
Concorso. Premio Apulia Contemporary Art Prize 2024. BIBART Biennale internazionale d’arte di Bari e area metropolitana. L’evento è stato organizzato da Federico II Eventi, Vallisa Cultura e Bibart, con il patrocinio dell’Università degli Studi di Bari. Seguita dalla mostra collettiva presso il Museo dei pigmenti naturali colorati Centro d’Arte Santa Teresa dei Maschi a cura di Miguel Gomez. Con catalogo.
Il lockdown dà spazio alla fantasia. L'arte della Narracci viaggia sul web.
"Narra...ci d'arte". È sbarcata anche sulla piattaforma Youtube la nuova sperimentazione artistica di Caterina Narracci, l'autrice, pubblicista e docente conversanese che con la sua creatività ha rotto il silenzio, dopo il lockdown, delle attività culturali nella città d'arte.
"Dopo aver realizzato vignette per diverse testate giornalistiche, riparto con un nuovo percorso pittorico - spiega - è iniziato, come un gioco, nelle giornate in cui l'emergenza coronavirus costringeva tutti a stare a casa, mentre attaccati ai social e al web si cercava anche di Distinguere le fake news", insomma le false notizie, le bufale.
Così l'artista, consapevole del fatto che il Covid ha stravolto la quotidianità di tante persone, racconta la sua avventura legata alle nuove forme di comunicazione. "Se i musei e gli istituti scolastici chiudono, nello stesso tempo aprivano le proprie porte al pubblico online, proponendo performance, conferenze stampa e lezioni a distanza da seguire attraverso siti web e canali social, idea tecnologica e funzionale chi ha messo in pratica, tirando fuori, su YouTube e per la prima volta, la mia identità artistica online". La Narracci ha così aperto le porte della sua casa e del suo atelier, raccontandosi con brevi video, taccuini e tante altre opere creative. "È iniziativa - spiega ancora - promossa per ritrovarsi e apprendere la bellezza dell'arte, ovunque siamo, nonostante le difficoltà che ci accomunano e avvicinano". Nella fase 3, a Conversano sono le sue tele a unire attualità e cultura locale con un lavoro di ricerca curato su diversi autori. Tra le tele pubblicate e raccontate, il conte smeraldino, insieme per vincere l'ignoranza, il conte che richiama il nostro casato degli Acquaviva, lo smeraldino riferito alla colonia di rospi che popola i laghi di Conversano, il castello sotto la neve a primavera. E poi nuda con le braccia aperte sotto il castello, tela ispirata ad Amedeo Modigliani; la bombetta di René Magritte; i mostri del medioevo; la normalità è solo un'illusione, ispirata da alcuni quadri di Escher; un mondo senza rifiuti; tutto tondo sul castello e non per ultimo, il Cristo Nero della chiesa di Santa Maria dell'isola veneratissimo dai conversanesi nella Settimana Santa.
Con gli occhi di Caterina Narracci
La mostra di Caterina Narracci, Sguardi su Conversano, si inscrive all’interno di due coordinate da cui sono originati i lavori: la città di Conversano, città d’arte per eccellenza, e la personale ricerca grafica frutto degli studi universitari nelle Arti visive all’Accademia di Belle Arti di Bari.
L’esposizione rientra in un progetto cui l’artista si va applicando da tempo, intitolato “Osservare come Artisti”. In esso all’attività didattica di docente di Arte e immagine si affianca la perlustrazione della propria città con l’inesausta voglia di cogliere l’attimo, di catturare con sguardi sempre nuovi aspetti dell’urbano e del vissuto dei luoghi.
Lo strumento è la matita, l’inchiostro, il pennarello, l’incisione, la pittura, a volte anche mescolando i diversi media espressivi e sconfinando dalla fisicità alle piattaforme del web.
Risulta evidente, già ad una prima occhiata sulle opere, che lo sguardo di Caterina Narracci non sia uno sguardo naif, perché se l’artista ha la spontaneità come caratteristica e l’impulso inarrestabile a produrre come metodo, al tempo stesso il suo è uno sguardo educato, dalla pratica artistica e dallo studio della storia dell’arte.
L’artista ha ibridato gli amati Courbet, Daumier, Chagall, Cezanne, Escher, Modigliani, Magritte, Finoglio con il Medioevo fantastico, con i riti e le immagini processionali della Settimana Santa in Terra di Bari.
La sua non è tuttavia una produzione citazionista, bensì una disincantata appropriazione sedimentata nella memoria culturale. Il suo tratto porta l’immaginazione nei luoghi che sono sotto gli occhi di tutti e colora di possibilità ulteriori quei luoghi a livello di soggetti e di cromie. Ne scaturisce un approccio personale, poetico ed estetico, che diventa stile, ossia riconoscibilità individuale, quella peculiarità che rende unico un artista e lo distingue da tutti gli altri.
Si aggiunge, infine, che Caterina, sia come artista sia come donna, avverte alla stregua di un’esigenza insopprimibile, di un bisogno primario, l’abitare “una stanza tutta per sé”, per dirla con Virginia Woolf: questa “stanza” per ogni artista e per ogni letterato è il proprio studio. Nello studio - che è come l’hortus conclusus del convento medievale, claustrum, luogo recintato favorevole alla meditazione - il pensare e il fare si saldano gioiosamente sprigionando opere.
La libertà personale e sociale, unita alla possibilità di possedere un luogo in cui poter sperimentare la propria arte, sono elementi fondamentali perché l’alchimia della creazione si realizzi, giorno dopo giorno: “nulla dies sine linea”, scriveva Plinio, “che non ci sia mai un giorno senza un segno tracciato”.
Impulso creativo, immediatezza d'impronta, in opere in cui è evidente è il bisogno di una visione prospettica verso il superamento del reale per giungere all'assenza dell'oggetto. Ambientazioni oltre il visibile che diventano testimonianza di intuizioni rielaborate in tratti personali. Nascono così, figure satiriche, grottesche che traggono la loro origine dal reale per giungere all'estremizzazione della forma. Atto liberatorio, sintesi di forze vitali colte nell'attimo della creazione, simbolismo satirico come bisogno di rinnovamento sociale, inadeguatezza all'immobilismo, sono alcuni dei messaggi leggibili nelle figure rappresentate, in cui è riscontrabile l'influenza artistica di Marc Chagall, di cui l'artista approva soprattutto le scelte simboliche surreali. Efficace la scelta cromatica che asseconda le figure con contorni non definiti in grado di contribuire ad una visione armonica del contesto.
Il segno, la memoria, il Sud
Testo critico a cura di Pietro Marino
L’arte di Caterina Narracci nasce da un’urgenza silenziosa: quella di raccontare ciò che spesso sfugge all’occhio distratto: la memoria delle cose, l’identità dei luoghi, il linguaggio delle emozioni quotidiane. Attraverso tecniche miste, collage, inchiostri, garze, materiali poveri e simbolici, l’artista pugliese costruisce un universo visivo che oscilla tra figurazione e astrazione, surrealismo e sogno. Le sue opere non sono mai semplici rappresentazioni: sono frammenti poetici, radicati nella realtà ma aperti all'immaginazione. In alcune tele, la Narracci intreccia gesto artistico e riflessione etica, mostrando una rara capacità di coniugare territorialità e contemporaneità. I suoi dipinti diventano così narrazioni collettive, capaci di trasformare la città, la tradizione e la materia stessa in segni carichi di memoria e significato. Il suo stile, evocativo e personale, richiama atmosfere care a Chagall o Guttuso, ma mantiene sempre una voce autonoma, riconoscibile e autentica. È un'arte che non cerca lo stupore, ma lascia traccia. Non grida, ma resta. Caterina Narracci ci ricorda che fare arte oggi significa anche ascoltare, raccogliere, trasformare. E che il Sud, con la sua luce e le sue ferite, può ancora essere una fonte fertile di bellezza consapevole.
Pietro Marino - Critico d’arte
Settimanale Fax, n 27 del 9 luglio 2022, pag 19
Settimanale Fax, n 27 del 8 luglio 2023, pag 17
Concorso “The Garzoni Challenge”, ispirata a “La grandezza dell’universo nell’arte di Giovanna Garzoni” (27 maggio – 28 giugno 2020), con l’opera “L’uomo e le sue galline”. Tecnica mista su tela, cm. 50x70. 2020.
Titolo: L'attesa salmastra
Acquerello, matita e tratto pen su carta. Formato A4. 2000 ca.
Un’Ape verde, aperta sul fianco, sosta accanto a tre barche
adagiate sulla terra. È un frammento sospeso del Sud Italia. Il tratteggio fitto,
incisorio, costruisce ombre e materia con pazienza artigiana. Abbiamo un momento che è insieme tempo reale e tempo della memoria.
Titolo: Riposo tra i pini
Acquerello, matita e tratto pen su carta. Formato A4. 2000 ca.
Un tratto fitto, quasi nervoso, scolpisce un piccolo bosco mediterraneo, dove una Vespa bianca è ferma, silenziosa, come dimenticata o in attesa. Il segno incisivo costruisce ogni ramo con cura, mentre l’acquerello accarezza la scena con sfumature rosate e terrose. Qui il tratteggio è narrazione.
“Caterina Narracci, il tratto che incide la memoria” di Vinicio Coppola (Scritto nel 2000 ca.)
Nel Sud non si dimentica nulla. Si conserva anche ciò che parrebbe superfluo: una barca tirata a secco o una Vespa abbandonata tra gli alberi. Ma non è conservazione da museo: è residuo vivo, nervo scoperto, poesia delle cose umili. È in questa logica affettiva, precisa come un ricamo, che si collocano le opere di Caterina Narracci, la quale già da piccola dichiarava la sua vocazione: raccontare per segni, trattenere per tratti. Illustrazioni sì, ma nel senso più alto. Non bozzetti né schizzi, bensì atti incisori su carta viva, lavorati come se ogni foglio fosse una lastra, intarsiati dal tratto e ammorbiditi dall’acquerello. Ogni tavola è un gesto che resta.
In una tavola vediamo un’Ape verde aperta e muta, lasciata sul fianco di una terra qualunque, accanto a barche accantonate come pensieri interrotti. Non si sa se la scena viene dal mare o da un sogno, ma il tratteggio è reale, intenso, lavorato con ostinazione. Ogni ombra è costruita, non concessa. Ogni segno ha il peso del gesto che l’ha generato. In un’altra tavola, il tempo è fermo: una Vespa, immobile sotto un fitto manto di alberi, pare attenderci o dimenticarci. Il terreno è inciso con tocchi corti, nervosi, quasi agricoli. Gli alberi, invece, sono vaporosi, ma mai vaghi. Il tratteggio qui si fa respiro visivo, come se ogni ramo avesse una voce.
Il tratto di Caterina Narracci non descrive: interroga. Non spiega: custodisce. Ha qualcosa della calcografia, ma anche della scrittura. Come se ogni linea fosse una parola muta, come se il foglio fosse un confessionale del paesaggio.
La Puglia che emerge non è da cartolina. È la Puglia quotidiana, feriale, amata nel dettaglio, vista con l’occhio di chi abita e non solo osserva. I paesi non fanno spettacolo, ma radice. E queste illustrazioni-tracce, questi “paesaggi a tratteggio” come li chiama lei, sono una promessa di poetica, linguaggio proprio, sguardo riconoscibile.
Caterina Narracci ha iniziato col segno. E se l’arte, oggi come ieri, è ancora un atto di attenzione e durata, allora queste prime opere valgono più di mille mostre appariscenti, perché hanno il respiro lento della verità disegnata.
Esposizione a Polignano a Mare.
Non è stato un evento mondano. Non è stata una sfilata di convenevoli o un esercizio di vanità. È stata una battaglia, come tutte le volte. Una battaglia con il tempo, con me stessa, con gli sguardi distratti e con quelli che, invece, ti scavano dentro.
Sono stati giorni intensi. Autentici. Ho visto sorrisi, sì, ma anche occhi che scivolavano via. Ho ascoltato voci gentili e silenzi che gridavano più di mille parole. Alcuni mi hanno confrontata a Picasso, Chagall, Klee e altri. E io? Io ascoltavo e ringraziavo onorata, ma dentro pensavo: io non sono loro. Non voglio esserlo!!! Io sono io. E ho esposto me stessa, non solo tele e colori.
Ogni mostra è una sfida. Bisogna entrare in un mondo che sfugge, raccontarti senza maschere, restare vera quando tutto attorno ti spinge a compiacere. Non è facile! Ma è fantastico!
Grazie a chi ha avuto il coraggio di fermarsi. Di guardare davvero. Di vedere oltre.
E da domani si riparte. Più forte. Più lucida. Più viscerale. Perché l’arte, quella vera, quando nasce dal cuore, non muore mai. Rinasce. Sempre.